La zucca e la sua ombra

Le zucche non mi piacciono solo per il loro gusto – nel risotto, al forno, etc. – ma addirittura per la loro ombra.
Vi sembra oltremodo strano?

Eppure anche nelle ombre c’è un fascino tutto particolare.

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zucca violino

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Novembre

Novembre comincia con il giorno dei morti, preceduto da Ognissanti, che adesso anche in Italia fanno le feste di Halloween, che personalmente non mi piacciono tanto. Ma vattelapesca ho una certa età e ho studiato antropologia culturale e le feste le guardo sempre con sguardo da antropologo. Comunque chi vuole divertirsi lo faccia pure, ha anche questa festa.

Ritorniamo a Novembre, che ho detto inizia con il giorno dei morti. Da come inizia sembra un mese cupo e triste, freddo e silenzioso. Invece non è così, perché siamo nel pieno dell’autunno e basta allontanarsi dalla città e andare in campagna o in collina, per vedere riecheggiare l’eco dei colori delle foglie che cangiano aspetto. Tanti toni rossi, gialli arancioni e marroni. Le bacche rosse tra arbusti verde scuro. La vegetazione e le montagne che si specchiano sul lago, la brezza leggera che dondola i canneti, i primi pettirossi che frugano tra l’erba dei campi, il fumo che si alza dai camini delle case nella campagna, la nebbia che si stende sui campi e crea atmosfere incantate, come in una fiaba.

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Messaggio di primavera

[ Sottotitolo: anche se tra poco è già estate! ]

Cari amici e care amiche del blog, questi sono i mesi più belli per noi amanti di orti e giardini. La Natura rinasce, le piante crescono, i semi germogliano, gli arbusti buttano nuove gemme, i primi frutti di fragola, lampone, ribes, fan capolino tra le foglie…
Per non parlare poi di appuntamenti ed eventi sul mondo del verde. Uno ogni fine settimana, a volte due contemporaneamente, che non sai quale scegliere.

E non ho parlato dei buoni propositi e di quello che si pianta in orto.
Mi verrebbe quasi di smettere di scrivere, tante sono le cose che purtroppo devo tralasciare, o che semplicemente osservo, rielaboro, ma lascio poi i miei pensieri liberi nell’orto, senza il bisogno di metterli per iscritto, di dargli una consistenza “materiale”. In fondo questo è il meccanismo del diario: una prima forma di rielaborazione psichica di pensieri ed emozioni. Non mi basta solo osservare in silenzio? Perché poi devo riscrivere i miei pensieri?

Senza troppo addentrarmi in spiegazione psicoanalitiche sul lavoro della scrittura… mi limito a scrivere… e a fotografare. E con questo?

Niente, avevo solo voglia di scriverlo…
😉

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Una giornata a Villa Zileri

Sole, cielo azzurro con qualche nuvola bianca dal tardo pomeriggio, un gradevole venticello che faceva cantare le foglie degli alberi. L’occasione per vedere Villa Zileri, le sue rose, i suoi fiori, una ventina di espositori selezionati, tra chi vendeva fiori e piante, verdura, dolci, affettati e vino, oggetti di artigianato.

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Se è vero che le ville italiane hanno tutto il fascino e la bellezza dell’antico, è anche vero che i loro parchi hanno spesso il fascino e la maestosità di querce, noci, ippocastano e tanti altri alberi che hanno continuato a crescere, antichi come la villa, forse di più. Cosa sarebbe una villa antica senza giardino? Senza quei viali sassosi dove camminare e perdersi tra il verde dei prati, i colori dei fiori e il marrone degli alberi che scalano il cielo?

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Così ieri ho trascorso un’ora della mia vita tra le suggestioni di un antico giardino, avvolto da un piacevole mistero.
Loghi dell’infinito, portici carichi di memoria, voci di bambini che si rincorrono.
Se vi dovesse capitare, non perdete l’occasione di girovagare a ufo tra i sentieri di un giardino di una vecchia villa…

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Una domenica di sole

Oggi è stata una giornata particolarmente intensa. Non ho sudato sette camicie, ma due t-shirt sì. Lavori nell’orto. Finalmente. Sole e caldo. La goccia di sudore che scende sulla fronte. Mi passo il braccio per toglierla, perché indosso i guanti, sporchi di terra e trucioli.

Le piogge di questa primavera uggiosa hanno fatto crescere la vegetazione del mio orto. Era obbligatorio potare un poco il ligustrum, l’alloro, l’erba Luigia, e il rosmarino.

In tarda mattinata arriva mia moglie con delle piante di cetriolo. Così dice. Per i bambini che i cetrioli li adorano. Ma non sono piantine di cetriolo… ma di melone! Pazienza, piantiamo il melone, anche se in serra stanno crescendo ben cinque piantine (melone liscio). Ho da pulire tutte le foglie e i rami del ligustrum, sistemare i vasetti di plastica degli scorsi anni, ripulire un po’ di qua e un po’ di là. E tagliare le rose sfiorite, me ne ero dimenticato. Ah, poi portare fuori dalla serra le piante grasse.

Nel primo pomeriggio faccio la siesta, troppo caldo. Stravaccato nel divano mangiando del gelato. Poi via in bici con i bambini.

Arriva la metà pomeriggio e di buona lena comincio a vangare un poco la terra. Con dello spago tiro su la lavanda che si era inchinata a terra, causa le continue piogge e il vento delle scorse settimane. Piantiamo i meloni. Poi altre nuove zucchine. Sono fradicio di sudore, ma continuo. Adesso che arriveranno le belle giornate, che l’orto sia in ordine e fioriscano le colture. Ho già due pomodoro. Ma le piante sono ancora piccole. Vedremo.

Doccia. Cena. Ritorno nell’orto. In serra ho delle piantine che mi guardano e mi dicono «Vogliamo essere messe a domora. In campo aperto». Come posso dirgli di no? Trovo il posto giusto e le pianto. Fine.

Guardo l’orto. Tutto ripulito – abbastanza ripulito, non esageriamo. Con un certo ordine. Ha già un aspetto invitante. Il sogno di una promessa che spero mantenga.

E in tutto questo mio fare… neanche una foto ho scattato…

Trovato!

Perdonatemi questa mia personalissima divagazione nel regno degli shampoo, però gli ingredienti del prodotto – carota e carciofo – sono così pertinenti al tema dell’orto, che non posso fare a meno di raccontarvi questa breve storia.

Ritorno nel passato, una ventina d’anni fa, quando facevo l’università a Bologna. Non ricordo precisamente il giorno o l’anno, sta di fatto che facevo la doccia e vedo lo shampoo di un mio compagno di stanza. Colore arancio. Boccetta piccola. Scritta: “carota”. Shampoo alla carota. Lo provo. Ottimo.

Poi passano i giorni e le settimane. E quello shampoo l’ho già dimenticato. Ho da pensare agli esami, alla fenomenologia degli stili, alla semiotica generativa greimasiana, alla tesina sulla tentazione ne Il Raggio verde di Eric Rohmer e forse anche all’analisi semiotica della novella Notte di Luigi Pirandello.

Lo shampoo non mi interessa più, anche se ho un bel ricordo e una bella sensazione sui miei capelli.

Così, dopo una decina d’anni, dello shampoo alla carota mi ritorna in mente la piacevole sensazione di lavaggio dei capelli. Provo dunque a cercarlo. Prima in un supermercato, dove mi perdo tra confezioni colorate e dalle forme diverse e post-contemporanee, e non lo trovo, poi andando a chiedere – quando mi capita di entrare – in quei negozietti dai nomi sognanti come “nuvole profumate”, “bolle di sapone”, “bolle di freschezza” e via discorrendo. Non solo non lo trovo, ma quando chiedo “Non avete uno shampoo alla carota?” le commesse mi guardano perplesse. Alcune cercano di spiegarmi con le buone che lo shampoo alla carota non l’hanno mai sentito, e probabilmente non esiste! Alla carota è impossibile, e mi propongono altri shampoo, ma non alla carota. Cos’è? Uno scherzo? No no! Shampoo alla carota. Me lo ricordo.

Nel corso degli anni seguenti, quando mi capita di entrare in un negozio di prodotti per la cura della persona, provo a chiedere comunque. Nulla mi costa. Ma la risposta è sempre la stessa.
“Shampoo alla carota? Mai sentito. È sicuro?”
“Sì, mi ricordo che…” ma ad un certo punto comincio a dubitare anche dei miei ricordi. Potrebbe essere un “ricordo di copertura” penso tra me e me, rimembrando i miei studi freudiani, e decido di farmi qualche seduta di autoanalisi.

Nessun ricordo di copertura, quello shampoo non me lo sono sognato! Esisteva, almeno tanto tempo fa. Allora cerco delle spiegazioni plausibili:
a) il prodotto è stato tolto da tutti gli scaffali perché non aveva successo commerciale;
b) si trattava di un esperimento che non è arrivato alla Grande Distribuzione.
Pazienza!

E invece… qualche giorno fa… entro in uno di questi negozi con creme e cremine, shampoo, dopobarba, profumi, bagnoschiuma, eccetera eccetera e noto un carrellino con all’interno prodotti con il 50% di sconto. Capite bene che, in questo momento di crisi economica, non posso che fiondarmi là e cercare qualcosa a buon prezzo. Ed ecco un colore che cattura la mia attenzione. Arancione. Giro il flacone per leggerne l’etichetta. CAROTA. Addirittura biologico! Con il cinquantapercentodisconto! Quindi lo pago cinque euro, anzi, un po’ meno – costoso lo shampo alla carota! 400ml. Senza coloranti, parabeni, derivati del petrolio e SLES/SLS!
E lo fanno anche vicino a me, a Venezia.
Già che ci sono prendo anche quello al carciofo…

Devo ancora provarli.
Non so se sarà di vostro interesse, ma vi dirò com’è questo shampoo.
Molto orticolo!

Buoni shampoo anche a voi.

shampoo alla carota

Pensieri dei primi di dicembre

Sottotitolo: ancora sulla filodiffusione

Sono qui seduto sulla mia nuova sedia Ikea (sto facendo pubblicità? Non esplicitamente. È che sono circondato dalla pubblicità, cos’altro dovrei scrivere?). Anche la mia scrivania è nuova. Ikea, ovvio. Non è altro che un pezzo di legno di faggio rettangolare, sorretto da un treppiede in legno, e due gambe. Minimale ed essenziale. Sotto la scrivania ho la cassettiera. Ikea.
Invece in camera da letto ho messo la scrivania vecchia. Fatta ad arte da un falegname di Cerea (VR), con le gambe ben levigate, un grande cassetto centrale, due laterali più piccoli, altri quattro ancora più piccoli, sul fronte della scrivania. Tutta in legno massiccio.

Sto bevendo un bicchiere di aranciata pieno di ghiaccio. Ebbene? Perché vi racconto queste misere cose personali? Per fare il punto, forse. Dei pensieri, e basta. Il nesso è questo: la mia nuova scrivania è minimale. Anche la filodiffusione è minimale. E come dice Wikipedia:

La filodiffusione, pur essendo una tecnologia datata, è comunque economicissima e affidabile.

Ecco dunque: affidabile. Oggi, chi è affidabile? Le banche? Il servizio pubblico? La parola di quei politici che vorrebbero rappresentarti? Il seme che hai tolto dal pomodoro e dalla zucchina, che hai fatto essiccare e che ripianterai all’arrivo della prossima primavera?

Economicissima, poi. Alla TV tutte le occasioni sono buone per venderti qualcosa. Gli spettacoli televisivi vivono perché c’è la pubblicità. Ma hanno iniziato ad esserci anche canali monotematici: solo pubblicità. Ad indicare che la pubblicità può vivere anche senza spettacoli televisivi.
Quando viaggi per la città, o da una città vai in un’altra città, non puoi non vedere la pubblicità. E vedi altre cose: compro Oro, capannoni vendesi e affittasi, case vendesi e affittasi. E tanti centri commerciali, nati tra una città e l’altra, per portare dalla città e dalla campagna masse di uomini e donne a fare acquisti.
Cosa c’è di economico in tutto questo? Niente. È esattamente il contrario. Ma siamo ancora la società dello “spreco vistoso” (T. Veblen)?

Così mi spiego la mia ri-scoperta della filodiffusione. L’ascolto di sera e mi rilasso. Non ci sono in mezzo, tra un brano e l’altro, voci persuasive che vogliono farmi acquistare qualcosa. Dunque la filodiffusione è economica. Musica classica, opera… ma dovrebbe esserci anche un canale con musica pop… e un canale dedicato all’orto 😉

nota: ho paura ad andare avanti di un canale, potrei trovare una voce che mi parla di ragadi anali, di ricrescita di capelli, di soluzioni per dimagrire, o di tariffe ancora più basse di quelle che pago attualmente, in tutti i settori: telefonia, sport, energia, assicurazioni…

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Il silenzio della sera

Non è facile ascoltare il silenzio della sera in un orto di città, ma concentrandomi ci riesco. Sentire la musica – non chiamatela rumore! – della natura in quel magico momento che è prima del crepuscolo. I merli che cantano rincorrendosi in volo, il suono delle ali dell’ultima ape che si dondola sui fiori della borraggine.
Anche i raggi del sole, che si spegne dietro un poco poetico tetto di un condominio, sembrano suonare una dolce melodia di colore.

Ecco, tra il canto di un merlo e quello di un altro uccello che non so riconoscere, sento il silenzio del mio orto, e un tranquillo senso di quiete mi pervade.
Provate ad ascoltarli questi brevi silenzi tra due suoni. Sono meravigliosi. Indicibili.
Pensate, per fare un paragone che mi piace, alla musica. Ai silenzi di John Cage. E, andando a ritroso nel tempo, ai silenzi nella Verklarte Nacht di Arnold Shoenberg, o a quelli della Nona Sinfonia di Beethoven. Ecco, questi silenzi non sono assenza di musica, ma sono musica. Il silenzio non è vuoto, assenza, è presenza e pienezza.

Provate – se ne avete voglia – questa esperienza. Forse già la conoscete. Catturare questi brevi istanti di silenzio è un’esperienza che ci ri-unisce alla natura. Dite che sto farneticando, farfugliando cose buffe, arrampicandomi sugli specchi? Non credo.
È che non siamo abituati a cogliere queste sensazioni, questi silenzi.

Penso ad una storia breve – e se è pensabile, è anche possibile. Un uomo o una donna che fugge dalla città per cercare un silenzio magico. Prima va in campagna, ma c’è un trattore che fa rumore, poi un motorino che passa, poi ancora dei grilli che sfregano le loro ali. Allora l’uomo o la donna si dirige in montagna, in riva ad un lago. Ma ecco un aereo che rompe l’incanto, poi dei ragazzini che ridono e scherzano. Allora l’uomo o la donna che sia si spinge più in alto sulla montagna. Ma ci sono le mucche che brucano e scuotono i loro campanacci. Anche il vento che soffia forte disturba la quiete totale. Alla fine, quest’uomo o donna che sia, sente il silenzio interrotto dal battito del proprio cuore, e decide di ritornare in città, sconfitto e infelice di non essere riuscito a trovare il silenzio.

Così, per finire bene la storia, il personaggio – maschile o femminile che sia – si siede sulla sedia preferita e chiude gli occhi, deluso del suo inutile darsi da fare. Proprio in quel momento non sente più nessun rumore esterno e per un attimo – ma chissà quanto è durato quell’attimo – ascolta il silenzio riempirlo fin nel suo essere più profondo. E si sente rigenerato e completamente appagato di questa intensa esperienza.

Aggiungo una postilla morale: molto spesso cerchiamo all’esterno quello che già abbiamo dentro di noi. Solo che cercarlo all’esterno sembra essere più facile e appagante. In realtà non è affatto così.

E adesso una foto. Scrivendo questo lungo post – accidenti! davvero lungo, spero di non avervi troppo annoiato – dicevo, scrivendo questo lungo post ad un tratto ho pensato: che foto ci metto? Nessuna. Difficile, impossibile, esprimere il silenzio, non ci provo nemmeno. Ma adesso mi è venuto in mente uno scatto che ho fatto a Cortellazzo (Jesolo), e che questo silenzio – non il silenzio ma un silenzio – un poco lo esprime. E dunque aggiungo la foto. Buoni silenzi…

Fiorire / Sfiorire

E poi, ancora, ri-fiorire.
Il nostro linguaggio struttura e crea la nostra realtà.
Essere nel fiore degli anni. Diventare vecchi, sfiorire. Una bellezza appassita.
Ma dopo il fiore, viene il seme. E dal seme ancora vita, germogli, foglie e di nuovo fiori.

Guardo il semplice e modesto tarassaco. Sfiorito. Diventato soffione. Ha già perduto quasi tutti i suoi semi. È bello. Se lo guardi bene è bello anche se sfiorito. È nel pieno della sua attività, e lascia cadere i suoi semi per dar vita ad altre piante di tarassaco. Mai fermarsi alle apparenze e illudersi che il nostro linguaggio possa essere l’unico interprete di una realtà assoluta. Sto cercando il tempo dell’essenza.
È esoterismo, filosofia o fisica teorica?

Senza la teorizzazione della relatività einsteniana non avremmo il GPS, perché non avremmo capito perché gli orologi dei satelliti sono più veloci di quelli sulla Terra. Il tempo è allora un concetto simbolico, come tanti altri che allo stesso modo strutturano la nostra realtà quotidiana. Lo scorrere del tempo dipende dal movimento degli osservatori.

E se il tempo non esistesse? Almeno come lo intendiamo noi? Allora cos’è questo tarassaco che lascia cadere i suoi semi sulla terra?

Poesia del freddo

Nel silenzio del freddo
la goccia si ghiaccia
e rimane sospesa tra il cielo e la terra.

Le strade vuote e gli alberi immobili.

Nel cielo le stelle
come tante stallattiti si aggrappano alla luna.
Non un suono oltre il mio respiro.

Il fumo che esce dai comignoli delle case
e scompare nella notte.

Di primo mattino il verso di un merlo
che scende dal Ligustrum
in cerca di briciole di pane.
Salta vispo sul vaso dei garofanini.

Si nasconde tra il timo e la salvia
al rumore dei miei passi.

Poesia del pettirosso

Il cavolo che mi guarda e sorride
perché anche se piccino vuol essere raccolto.
I tre porri crescono, ma per il resto l’orto è vuoto.
Solo le aromatiche fanno ancora festa,
aspettando giorni più freddi e mattini gelati.
Ancora la lavanda fa sbocciare fiori azzurri,
dal profumo irresistibile nell’aria pungente di novembre.
Ne avevo potato le cime,
ma sono ricresciute,
e svettano impavide e orgogliose.

Terra incolta, del pettirosso meta e speranza
di improbabili libagioni. Sola certezza di briciole di sopravvivenza.
Nel suo volo veloce e prudente
le mie parole cercano briciole di poesia.
Non trovo rime, né facili metafore,
ma solo il volo del pettirosso,
unica poesia che mi è possibile raccontare
in una mattina d’autunno.

Introspezioni

Ecco, mi vedo scendere le scale e andare nell’orto a fumare una sigaretta. Non faccio grandi boccate, ma brevi e veloci. Spengo la sigaretta nel camino, getto il mozzicone spento nella pattumiera.
Un’abitudine. Come accendere il computer. Questa sera non ho fumato la sigaretta, e non ho acceso il computer. Chissà se qualcuno mi avrà scritto un’email…
Ripenso all’email di Gian Marco, e contemporaneamente ai semi che ho piantato e stanno crescendo. Zucca di Chioggia e melone liscio. L’insalata invece non è nata. Nemmeno i semi che mi ha regalato Erika. Aspetto. Cresceranno.
Invece è nata una strana pianta, sembra venuta dallo spazio. Dovrei guardare nell’Enciclopedia del giardinaggio, ma preferisco attendere che il fiore sbocci, e gustarmi la sorpresa. Di che colore saranno i suoi petali?

Ripenso ancora alle abitudini. Forse è più facile smettere di fumare che smettere di accendere il computer alla sera e controllare la posta. È stata indubbiamente l’email di Gian Marco a spingermi, per una sera, a dimenticare le mie abitudini. Lui ha “staccato la spina” a Pasqua. Io questa sera. Adesso sto addirittura scrivendo su un foglio di carta, con una penna a sfera. Mi piace sentirla scivolare sul foglio, formare parole e frasi accompagnata dalla mia mano, sbandare a tratti – perché sono sdraiato sul letto, con il blocco degli appunti appoggiato sulle gambe. Sono diventati un post queste frasi scritte di getto. Chissà se i miei quattro lettori apprezzeranno questi pensieri liberi… avrei tante cose ancora da scrivere, qui sdraiato. Pensieri che nuotano nel mio corpo e zampillano dai pori della pelle, fiumi e ciotoli di parole, frasi, sensazioni, emozioni, immagini che affiorano e galleggiano sulla carta, che smussano, levigano e danno forma alle pietre del mio inconscio.

Abitudini…