E il giardino creò l’uomo, di Jorn de Précy

Curato da Marco Martella questo piccolo libro è singolare quanto il suo autore.
Jorn de Précy (1837 – 1916) è uno spirito anarchico, solitario, mosso da un amore verso la natura e i giardini, che ama soprattutto se non troppo curati dai giardinieri. Dice cose di buon senso, ma di lui ben poco si conosce, e questo suo The Lost Garden (tradotto in italiano con il titolo E il giardino creò l’uomo), pubblicato in Inghilterra nel 1912 è l’unico libro che ci ha lasciato. Non è un libro da poco, visto che ha influenzato molte personalità importanti come il paesaggista inglese Russell Page e l’architetto Roberto Burle Marx – e una citazione a Jorn de Précy la ritroviamo anche in una canzone di Bob Dylan.

Il titolo del libro allude all’emarginazione del giardino nel mondo moderno – il mondo di de Précy è quello della rivoluzione industriale, del razionalismo meccanico. Jorn de Précy nel suo breve trattato si batte per un giardino selvatico, “fuorilegge”, “in movimento” – dove le piante si diffondono liberamente senza i troppi vincoli dei giardinieri – e porta avanti l’utopia dell’uomo come “giardiniere della Terra”.

“Questo giardiniere, che incontriamo spesso nei parchi pubblici, in uniforme verde e dall’aria infelice, è pagato per «tenere in ordine» – espressione che dovrebbe essere bandita dal vocabolario del giardinaggio. […] No, parlo del vero giardiniere, quello che opera insieme alla natura e con il genius loci, quello che senza posa, lavorando, gioca con il mistero del mondo vegetale. Parlo del giardiniere-poeta. (pagg. 70-71)

Leggetelo d’un fiato, vi piacerà… e forse un po’ vi stupirà, perché de Précy, che viveva sulla propria pelle l’avanzata dell’industrializzazione, il senso di smarrimento dell’uomo moderno, la creazione di architetture alienanti, è stato un giardiniere-filosofo le cui idee si sono rilevate profetiche e di buon senso.

De Précy, Jorn, E il giardino creò l’uomo. Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri, Ponte alla Grazie, Milano 2012, pagg. 123.

de Précy

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