L’orto annacquato

Di questo gennaio piovoso, che mi ha regalato solo un’illusione di neve poi sciolta dalla pioggia insistente, vorrei finissero i giorni, ma ne mancano dieci… e dunque scrivo, guardando dalla finestra il mio orto bagnato e inzuppato, forse addormentato e da me un poco tralasciato. Lui vegeta senza nessun problema, semmai sono io un poco addormentato e non ben disposto a prendere badili e zappe o anche solo cesoie per togliere qualche erbaccia o tagliare qualche coltura secca e avvizzita che ho pigramente lasciato lì a fungire – che bella questa parola, «fungire», la usa Pirandello nella novella “Notte”.

Così invece di arricchire il mio orto con compost e concime, lo arricchisco di pensieri, e chissà se gli farà bene o male.

Nemmeno a farlo apposta mi esce un paragone con la nostra politica italiana. Orto desolato, Italia desolata, apparentemente senza una guida, che staziona in un limbo in attesa delle elezioni. Ma evito volutamente i programmi con campagne elettorali e cerco, se possibile, di non guardare le affissioni sulle strade. Ardua impresa. Sono i cartelloni che mi guardano e mi chiedono a gran voce il voto. Non è ancora finito gennaio e già ne ho visti due, con roboanti proclami. Cose probabilmente non vere, specchi per allodole: non sono come i buoni propositi che uno fa ad inizio anno. Almeno una persona un pochino ci crede, quando li fa. È già un primo, piccolo e timido tentativo. Che poi non si realizzino per mancanza di impegno è un altro discorso. Ma queste promesse politiche non sono nemmeno delle buone intenzioni. Sono forse solo un’esca per catturare più voti. Nella società che ha dematerializzato gli oggetti – ragione del fatto che acquistiamo qualcosa non solo e non tanto per la sua funzione ma perché è portatrice di uno stile di vita, di un modo d’essere – vorrei che gli italiani pensassero alla politica come pensano ad un orto. Quello che semini, raccogli. E se non ci metti un poco – minimo – sforzo fisico nello stare attento a parassiti, nell’annaffiare, nel togliere i rami secchi… non porti a casa niente. Essere concreti.

Ma forse gli italiani che hanno un orto e lo curano sono una minoranza – dovrei consultare statistiche e piani urbani – e allora ecco che pensi che basta una parola, un desiderio, per far accadere le cose. Basta una promessa perché essa si realizzi. Ma non è così.

Rimiro il mio orticello bagnato dalla pioggia. Se ne sta lì tranquillo, pronto a scattare ai primi sentori di primavera. Guardo il compost, rivedo mentalmente vasi e vasetti in serra, la scatola con tutti i semini, gli attrezzi puliti e anche loro lì fermi a riposare.
E anche il blog riposa, adesso che guardo la data dell’ultimo post che ho pubblicato. Pazienza e me ne scuso. In queste serate cupe e piovose mi diverto di più a leggere gli altri blog degli amici dell’orto…
A presto.

orto annacquato

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2 thoughts on “L’orto annacquato

  1. L’immagine dei tuoi peperoncini sembra quella dei miei tristissima!
    come la situazione italiana, condivido in pieno i tuoi pensieri ma non mi consola.
    Come vecchia “”sessanttottina” ancora mi incaz….. e sento sulla mia pelle tutto questa irriverenza verso il nostro bellissimo paese e le persone che ospita, la maggioranza delle quali ottime persone ,come si sul dire, certo ognuno di noi consapevole nel proprio piccolo, ma è proprio piccolo, cerca con ogni mezzo di fare di tutto per migliorare il pessimo momento ma è una goccia nell’oceano, ma l’oceano è fatto di gocce.
    Ancora una volta ci tocca votare, scelta difficilissima, per me e per quelli della mia generazione ancora più faticosa da sempre leggiamo gli stessi nomi e le speranze di cambiamento sono poche, ma votare si deve.
    Perdonatemi questo piccolo sfogo
    so che capirete.
    Ciao
    Liliana
    p.s.
    una bella notizia
    dopo 45 giorni di pioggia siamo finalmente riusciti a seminare il grano.” Senatore Cappelli “naturalmente!!!!

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