Olio Food Festival

Da domani, al Palazzo delle Stelline di Milano… tre giornate con l’olio!

Tutto ruota intorno alla grande O dell’olio da olive, senza trascurare gli altri condimenti. Olio Officina Food Festival è guida saggia a una cucina sana; assaggi guidati e un oil bar moderno e tecnologico per degustare oli d’Italia e del resto del mondo; ma anche spazio per approfondimenti su olio, salute e benessere, paesaggio e identità; un’area bambini, con giochi e chef all’opera; una originale visione olistica e anti stress dell’olio; ma anche olio ed eros; e poi cultura, mostre, spettacoli: Alberto Fortis in concerto; esecuzioni di musica mongola e classica; danza indiana, flamenco; performance di Arte da Mangiare, l’orto della bellezza, ma soprattutto tante tracce tematiche.

Tracce tematiche > La multisensorialità del gusto – Il naso e il palato a partire dalla sensibilità femminile – L’olio nelle cucine del mondo. L’esperienza della nouvelle fusion cuisine italiana – Cottura a microonde e tecniche di cottura tradizionali – L’insalata è regina, i condimenti i suoi alleati – Pesce di mare, pesce di lago. L’olio e la via della leggerezza – Gli oli da olive del mondo sono tutti uguali? – Soul therapy. L’olio per il corpo, l’olio per l’anima – Yoga e dieta. Star bene con se stessi, per un buon equilibrio fra corpo e mente – AromaSophia: sapienza di un olio profumato – Gli oli, i mieli, le api, gli ulivi. Dolci sinergie – La verità sull’olio. Tutta – La strada dell’etica può salvare il mercato – L’economia non è una brutta bestia – Trentennale Onaoo, Organizzazione Nazionale Assaggiatori Olio di Oliva – L’analisi sensoriale tra scienza e arte – Esiste un percorso sociale alla degustazione? – Olio, cibo e letteratura

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L’orto annacquato

Di questo gennaio piovoso, che mi ha regalato solo un’illusione di neve poi sciolta dalla pioggia insistente, vorrei finissero i giorni, ma ne mancano dieci… e dunque scrivo, guardando dalla finestra il mio orto bagnato e inzuppato, forse addormentato e da me un poco tralasciato. Lui vegeta senza nessun problema, semmai sono io un poco addormentato e non ben disposto a prendere badili e zappe o anche solo cesoie per togliere qualche erbaccia o tagliare qualche coltura secca e avvizzita che ho pigramente lasciato lì a fungire – che bella questa parola, «fungire», la usa Pirandello nella novella “Notte”.

Così invece di arricchire il mio orto con compost e concime, lo arricchisco di pensieri, e chissà se gli farà bene o male.

Nemmeno a farlo apposta mi esce un paragone con la nostra politica italiana. Orto desolato, Italia desolata, apparentemente senza una guida, che staziona in un limbo in attesa delle elezioni. Ma evito volutamente i programmi con campagne elettorali e cerco, se possibile, di non guardare le affissioni sulle strade. Ardua impresa. Sono i cartelloni che mi guardano e mi chiedono a gran voce il voto. Non è ancora finito gennaio e già ne ho visti due, con roboanti proclami. Cose probabilmente non vere, specchi per allodole: non sono come i buoni propositi che uno fa ad inizio anno. Almeno una persona un pochino ci crede, quando li fa. È già un primo, piccolo e timido tentativo. Che poi non si realizzino per mancanza di impegno è un altro discorso. Ma queste promesse politiche non sono nemmeno delle buone intenzioni. Sono forse solo un’esca per catturare più voti. Nella società che ha dematerializzato gli oggetti – ragione del fatto che acquistiamo qualcosa non solo e non tanto per la sua funzione ma perché è portatrice di uno stile di vita, di un modo d’essere – vorrei che gli italiani pensassero alla politica come pensano ad un orto. Quello che semini, raccogli. E se non ci metti un poco – minimo – sforzo fisico nello stare attento a parassiti, nell’annaffiare, nel togliere i rami secchi… non porti a casa niente. Essere concreti.

Ma forse gli italiani che hanno un orto e lo curano sono una minoranza – dovrei consultare statistiche e piani urbani – e allora ecco che pensi che basta una parola, un desiderio, per far accadere le cose. Basta una promessa perché essa si realizzi. Ma non è così.

Rimiro il mio orticello bagnato dalla pioggia. Se ne sta lì tranquillo, pronto a scattare ai primi sentori di primavera. Guardo il compost, rivedo mentalmente vasi e vasetti in serra, la scatola con tutti i semini, gli attrezzi puliti e anche loro lì fermi a riposare.
E anche il blog riposa, adesso che guardo la data dell’ultimo post che ho pubblicato. Pazienza e me ne scuso. In queste serate cupe e piovose mi diverto di più a leggere gli altri blog degli amici dell’orto…
A presto.

orto annacquato

LIMITE di Serge Latouche

Avete presente quei grafici che continuano a salire? Quelli che nelle pubblicità più ridicole sfondano il foglio e salgono oltre?
Avete presente la trama di molti film/romanzi/disegni animati di fantascienza, dove l’umanità si è trovata un posto oltre la Terra dove vivere? Pensate ad esempio a Wall-e della Pixar. Lo sviluppo, la crescita illimitata, prevede che l’umanità debba espandersi nell’universo per poter sopperire alla mancanza di risorse e mercati che un simile assioma di sviluppo presuppone. È comunque uno sviluppo esteriore – tecnologico – quello di noi occidentali, che ridiamo o guardiamo – ma sarebbe adesso il caso di dire guardavamo – con un sorriso di ironia alla concezione di sviluppo interiore professata da religioni orientali e popoli che oggi hanno abbracciato il nostro occidentale assioma di sviluppo – tra parentesi, è lapalissiano, insostenibile.

Dunque questo saggio di Latouche cade a fagiolo – visto che siamo nel blog dell’orto tanto vale giocare anche con le parole!

Pensate a molte di quelle frasi assertive che vedete o leggete nella pubblicità televisiva, nei giornali o nelle affissioni lungo le strade: sfidare i limiti, andare oltre, trasgredire.

Passare il limite
Continuamente ripetute fino alla nausea, canticchiate nei gingle, riproposte in infinite salse… i limiti che abbiamo passato – dice Latouche – sono limiti non solo geografici, ma geopolitici, antropologici, etici, simbolici. E l’andare oltre è diventato sinonimo di dominio – sì, stanno già pensando di andare su Marte o anche più in là, come in un racconto di fantascienza.

Evidenziando il carattere utopico della nostra concezione di sviluppo e progresso senza confini, Latouche propone e auspica una “auto-limitazione”. Che non è da intendere con connotazioni negative. Ma proprio il contrario. Ristabiliamo un perimetro etico che ci liberi da quella “ragione geometrica” che vorrebbe tecnica e scienza come nuova divinità da seguire incondizionatamente. Molte nuove tecnologie – come gli ogm – pongono più problemi di quanti vorrebbero risolvere – ma lo stesso discorso vale anche per quei prodotti della rivoluzione chimica in agricoltura che circa cinquant’anni fa avrebbero dovuto eliminare il problema della fame nel mondo – Fukuoka docet.

Auto-limitandoci non ci impoveriamo – più di quanto ci siamo impoveriti oggi.
Limitarsi significa responsabilizzarsi. Godere di quello che si ha. Volgere il nostro orizzonte a pratiche di “frugalità felice”.
Possiamo invertire la rotta?

Buona lettura.

LATOUCHE, SERGE, Limite, Boringhieri, Torino 2012, p. 113.

Limite di Serge Latouche

Il calicanto (Chimonanthus Lindl., 1819)

È il fiore di gennaio, o meglio – come dice il suo nome dal greco – è il “fiore dell’inverno”. Giallo e profumato, è una pianta rustica di facile coltivazione.

È bello ritrovarla in inverno, durante una passeggiata. Mentre tutto il paesaggio intorno riposa, il calicanto fa suonare le sue note di intenso giallo e spande tutt’intorno il suo profumo inebriante – è il genere Calychantus fragrans o praecox.

Calicanto

Esperti di piante e fiori cercasi…

Casa di produzione di Milano è alla ricerca di esperti e appassionati “di natura” per un nuovo programma televisivo.

Siamo alla ricerca di persone con una buona dialettica, spigliati e con voglia di mettersi in gioco, preferibilmente nella zona di Milano e province limitrofe.
Le figure che cerchiamo sono esperti di fitoterapia, erboristeria, arte floreale, impiego terapico di piante e fiori, alimentazione/cucina e cosmesi con piante per piccoli interventi all’interno del programma.

Se sei un esperto o un appassionato di questi temi e hai voglia di mettere in gioco le tue abilità e le tue conoscenze manda una mail raccontandoci un po’ di te e allegando un CV a redazione.gd@yam112003.com.

Progettisti cercasi

Ringraziamenti

L’anno vecchio è passato e ne è iniziato uno di nuovo.

Il blog dell’orto ha passato quest’anno e ha resistito alla crisi – mia, più che dei mercati 😉
Molte visite e molti commenti… e dunque un ringraziamento è d’obbligo a quanti son passati di qui a curiosare tra cavoli e zinnie, a quanti si sono soffermati alla ricerca di consigli su come potare, a quanti infine si sono scaricati i miei ebook gratuiti e ne hanno letto frasi e fotografie. Ma un grazie particolare va a chi mi ha commentato con costanza, passione e simpatia!

Grazie Liliana,
Grazie Silvana,
Grazie Marino,
Grazie a Zoropsis, grazie al tuo blog ho imparato tante cose degli artropodi,
Grazie Maddalena – che so che presto ritornerai a scrivere qualche bel post come solo tu sai fare.

Un grazie di cuore …e ancora auguri per un felice 2013!

Lanterne cinesi

Come ogni anno, ad ogni primo giorno dell’anno, da alcuni anni a questa parte, mi sono alzato ad un orario normale. Verso le otto del mattino. Piccola passeggiata per il quartiere a vedere i resti dei festeggiamenti. Avrei voluto andare a fare un giro più ampio… ma da solo non ne avevo voglia. E non posso svegliare amici o persone il primo giorno dell’anno – l’ho fatto in passato, meglio che non lo ripeta più! 😉
Quindi scrivo questo post. Scrivere mi rilassa cuore e mente.

Ieri sera – questa mattina appena dopo mezzanotte – non ho sentito tanti botti come in passato. E questa mattina non ho visto tanti resti di botti lungo le strade del quartiere. Mie impressioni, che non voglio confrontare con quelle che nella giornata saranno le statistiche telegiornalistiche di feritimortidispersicostomediocenonecapodanno eccetera eccetera. Lasciamo spenta la televisione, oggi e anche domani.

Ma di una cosa volevo raccontarvi, e questa qui sopra era la necessaria premessa: le lanterne cinesi, come dice il titolo.
Dopo la cena con amici, conoscenti, bambini, siamo andati nel piazzale di Monte Berico, a Vicenza. Luogo dedicato per far scoppiare i botti nella notte di San Silvestro. Da lì sopra vedi tutta la città e, in fondo, le prealpi venete.
Mi aggiro lì sul piazzale, in una serata stellata e con la luna piena, quando con la coda dell’occhio vedo passare sopra di me, nel cielo, un piccolo aerostato colorato e risplendente. Oh che bello! Ma cos’è? È una lanterna cinese.
Eccone un’altra!
E un’altra ancora!

Partono tutte dal piazzale di Monte Berico, dove un gruppo di ragazzi – dai sedici ai quarant’anni e forse anche di più – è tutto indaffarato ad aprire i sacchetti con le lampade cinesi. Il più anziano ha in mano un grosso stoppino di fuoco acceso, e le ragazzine corrono veloci per aprire la lampada con l’aiuto dell’aria – mai toccare con le mani la carta velina, ché potrebbe rompersi o peggio ancora bucarsi.

Due turisti dell’est europa scattano delle foto con la Pentax, anche loro ammirano le lanterne cinesi gonfiarsi, risplendere e salire nel cielo.

Più in là un gruppetto di tre giovani parlano male dei giapponesi! Come dei giapponesi? Ma, ho sentito male? No no, ho sentito benissimo. I giapponesi, che lavorano fino a tardi per fare le lanterne, con il lavoro forse anche dei minorenni, in nero! Ma come è possibile così tanta ignoranza? Vabbè, saranno mezzi ubriachi, penso fra me e me. Poi forse – ci scommetto – loro in tasca hanno l’iPhone5 fatto in Cina alla Foxcom. Buffa la cosa. Come quel giorno che ero in vaporetto a Venezia e salgono due ragazzini che vedono due posti in fondo liberi e uno fa all’altro: «Dai! Veloce! Vai a prendere il posto! Circonciso!».

Così lascio liberi questi pensieri e guardo le lanterne cinesi che volano nel cielo buio e stellato, in direzione Cittadella. Stupende! Mi piacciono! Silenziose, poetiche. I desideri, i propositi, le speranze per l’anno nuovo che s’innalzano e volano silenziose nel cielo – e ripeto la parola silenzio perché dei botti di capodanno non mi piace il rumore – ma le tradizioni sono tradizioni, non puoi farci niente.

Rimiro quel lumino che diventa sempre più piccolo più si allontana. Che procede lento, sicuro e tranquillo nel buio della notte. Belle le lanterne cinesi.

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