L’ultima zucca

Pende da un palo di ferro dove ho avvolto il gambo, se ne sta lì solitaria e taciturna. Non è commestibile, e forse si chiede perché è capitata in un orto di colture buone e prelibate. Qual’è la sua funzione? Il senso del suo esistere? – se non può essere mangiata?
Nel passato, soprattutto nella nostra cultura occidentale, la zucca è stata canzonata. “Sei uno sciocco” può essere reso con lo stesso senso con la frase “Sei uno zuccone”.

Ma è proprio in questa sua assenza di utilità nell’orto dei prodotti commestibili che si svela un senso altro, inafferrabile, che sfugge alle nostre logiche di causa ed effetto, alla dicotomia utile versus inutile. E che si ricollega nella nostra tradizione cristiana all’inizio del Creato. Se esiste, se c’è nel Mondo, deve pur avere una qualche utilità. Ed è proprio nell’effimero, nella bellezza priva di utilità che si dipana il suo significato “altro”. Perché la bellezza – tolta ogni utilità pragmatica – serve per alzarci da terra e toccare le nuvole. Trovare la bellezza nelle cose semplici, come può essere una zucca, è più difficile che vederla nelle cose vistose – così vistose che a volte diventano di cattivo gusto.

Cara zucca, io potrò anche essere uno zuccone, ma tu nel mio orto stai pure tranquilla e cresci quanto vuoi, che per me rappresenti la bellezza nascosta nella semplicità, e se non ti mangerò non preoccuparti e non farti inutili colpe, ché diventerai un caro soprammobile o la protagonista di uno dei miei tanti still-life.

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