Orticola 2011

Giunta alla XVI edizione, la mostra mercato di fiori, piante e frutti insoliti si terrà a Milano presso i Giardini Pubblici Indro Montanelli di via Palestro da venerdì 6 a domenica 8 maggio 2011. Oltre ai vegetali in esposizione, tanti appuntamenti ed eventi con giardinieri esperti, presentazione di libri, laboratori didattici per grandi e piccini.

Maggiori informazioni sul sito ufficiale.

Fior di lamponi / Flowers raspberries

I lampone sì l’ho potato. Lui si è tenuto tutte le sue forze e adesso è in pieno rigoglio. Oltre a spuntare qua e là nell’orto ha fatto numerosi fiorellini bianchi. Non è una piante grande – tutto nel mio orto è lilliputziano, ma due o tre lamponi al giorno, quest’estate… che delizia raccoglierli direttamente dalla pianta.

The raspberry yes! I pruned. He took all his strength and is now in full bloom. In addition to spring up here and there in the garden has many small white flowers. It is a great plant – all in my garden is very small, but two or three raspberries a day this summer … is a delight to collect directly from the plant.

Dolci risvegli / Sweet awakenings

I garofanini rossi ogni anno si risvegliano, colorano e suonano una melodia che aleggia sull’orto. Li ho messi su un portavaso alto una trentina di centimetri. Come un’orchestra su un palco rialzato. Suonate garofanini, ché la vostra melodia mi allieta le serate.

I wake up every year red carnations, color and play a melody that floats the orchard. I put a vase on a foot high. As an orchestra on a raised stage. Ring carnations, for your melody I cheers the evenings.

Fior di fragole

Questa volta non è un bluff. Sono i fiori dai quali spunteranno le fragole rosse. Non posso vantare una bellezza di fragole come TroppoBarba, che non riesce quasi nemmeno a contenerle, ma nei quattro vasi dove le coltivo, il verde delle foglie si comincia ad alternare al bianco dei fiori. La macedonia non riuscirò a farla. Ma qualche fragolina al giorno me la mangerò.

E se non avete un orto ma vi piacciono le fragole vi invito a tenervi qualche vaso sul balcone o sulla terrazza. Coglierle dalla pianta e portarle alla bocca gratifica, toglie lo stress, ci educa al rispetto della Natura – se poi siete di fragole golosi l’ortofrutta è sempre dietro l’angolo.

Piccole semine

Un po’ in ritardo lo ammetto, ma forse anche causa della stagione particolarmente fredda e anomala, li semino adesso – trovati un’altra scusa dice il mio Super-Io.
Zucca di chioggia, anguria baby, melone liscio, e i semi che mi ha regalato Erika, che ringrazio pubblicamente: zucca a fiasco ornamentale e creste di gallo – dei fiori che si prestano bene all’essicazione.
Vediamo se qualcosa nascerà. 😉

Ribes rosso

Quando in un ambiente c’è confusione, si fa fatica a notare certe cose. Un buon “taglio” – come dal parrucchiere – può mettere in risalto forme e colori.

Così mi accorgo, d’improvviso, dopo i lavori di razionalizzazione dell’orto, che il ribes rosso è già pieno di piccoli frutti verdi. Ma tanti, che non ne avevo mai visti così. E non l’ho neppure potato quest’autunno. Tanto meglio. Tante perle rosse per la gioia del mio palato.

Nulla si crea, nulla si distrugge, nulla si butta

La nostra società ci abitua fin troppo bene a gettare le cose, e molti prodotti che comperiamo sono già per metà spazzatura. Strappando l’erba con le mani, nel mio tentativo di riportare una certa razionalità, ordine e decoro nel giardino, avrei potuto buttare anche l’erba nell’apposito cassonetto – qui a Vicenza sono color verde. Ma invece no. Nulla si butta. Soprattutto le cose apparentemente inutili. Come appunto dell’erba appena tagliata.
Fukuoka insegna – quel poco che ho imparato e adattato alle mie esigenze. Così per proteggere la terra dal sole di aprile, ho sparso l’erba tagliata sulle due porzioni del mio piccolo orto – nelle altre due c’è ancora il telo pacciamato.

Quest’erba si seccherà, poi comincerà a decomporsi, diventerà “casa” per tanti piccoli insetti, infine se un giorno deciderò di vangare il terreno, andrà a finire sotto alle zolle di terra – tecnica del sovescio.

Non mi dimentico il fattore estetico. A guardare questo tappeto erboso, già l’orto vuoto di aprile mi piace di più. Mi vien quasi voglia di stendermici sopra…

Delle mele

E della mostra di Vicenza, di cui vi ho presentato invito qualche post fa, seleziono questa foto, fatta di sera, che di giorno non sono riuscito ad andare – mi spiace Marino se domenica eri a Vicenza, avrei voluto offrirti un caffè che toccava a me questa volta, ma sarà per la prossima occasione.

Dicevo delle mele, che ho scelto questa foto perché queste mele – ma ci sono anche pere e pesche – non sono magari così belle come quelle che trovi al supermercato. Però sono locali, indigene.

Delle mele al supermercato quello che ci attrae – inconsciamente magari – è il desiderio nascosto di immortalità. Sono mele grosse, mai bacate, un colore che sembra che un pittore sia stato ingaggiato per dipingerle in modo impeccabile.
Avete presente i piatti che vengono esposti fuori dai ristoranti giapponesi, che forse avete visto nel film Tokio-Ga di Wim Wenders? Sono piatti finti, che però sembrano più veri di quelli veri. Un po’ come l’effetto di senso di realtà che ci propone la televisione – quello che vediamo in TV è più reale del reale… pensateci un po’.

Le mele del supermercato sembrano quasi finte da come sono perfette. E soprattutto sono immortali, non c’è segno del tempo, della deperibilità – quella deperibilità che a tutti i costi dobbiamo togliere dalle nostre facce con creme, massaggi, ritocchi di chirurgia estetica – ma cosa c’è di così brutto nelle rughe? Andate oltre alle apparenze.

Le mele, ritorniamo alle mele. Le nature morte dei quadri seicenteschi. Caravaggio e lo spagnolo Zurbaran. Le nature morte non erano motivo di decoro di chiese e abitazioni private, non ancora. Avevano un profondo significato simbolico, e la mela o il frutto bacato era il segno della deperibilità dell’essere umano – «Ricordati che devi morire!» ne Non ci resta che piangere con Troisi e Benigni. Lo so, è passato il clima della ControRiforma, siamo nel 2011, nulla di male a darla via per un posto di potere – così si è detto.

Ma ritorniamo per l’ultima volta alle nostre mele. Perché quelle nostrane, piccole, bruttine, necessitano di meno cure e antiparassitari di quelle grandi, belle, grosse, immortali.
E in questo bancone, che prendo con il grandangolo per darvi un’idea della notevole varietà dei frutti, in questo bancone dicevo le mele “brutte” mostrano tutti i loro lati positivi. Una fiaba tipo il brutto anatroccolo. Non sempre quello che è bello è anche buono, e non sempre quello che apparentemente è brutto è cattivo. Anzi, nel caso delle mele, posso assicurarvi che alcune varietà locali che ho avuto modo nel passato di assaggiare sono ottime e saporite. Se sono piccole vorrà dire che al posto di una ne mangerete due. Non chiedetemi di che varietà sono che non me lo ricordo, ma dovunque abitiate provate ad assaggiare i prodotti locali della vostra terra, quelli che meglio si sono adattati al clima e al territorio, resistendo per secoli e millenni senza bisogno di crittogamici, antiparassitari e compagnia bella.

Che post lungo… e anche un po’ sconnesso. Ma spero che vi sia piaciuto. Come le mele.
Buone scorpacciate a tutti voi.

Piccoli lavori nell’orto di aprile

La situazione sconsolante del mio orto sconnesso, non era poi così sconsolante. È bastato rimboccarsi le maniche, togliere un po’ d’erba, potare qualche pianta troppo rigogliosamente e prematuramente cresciuta – mi riferisco all’origano – per ristabilire quell’aspetto culturale alle future colture. Non è un gioco di parole, come ho già scritto in post precedenti l’orto è un’imposizione culturale alle logiche insondabili della Natura. Da Homo Sapiens Sapiens ho stabilito la mia idea di razionalità al mio orto giardino. E mi sono accorto, con felice sorpresa, che nonostante il primo sguardo sconsolato sull’orto ancora vuoto di aprile, qualcosa sta crescendo: la rucola, spontaneamente, spunta dal terreno. Il lampone zampilla come una fontana verde tra la terra incolta, all’ombra del rosmarino.

Il ravanello sta nascendo, ed è l’unica cosa che per il momento ho messo a dimora nell’orto. Ad avvicinarmi con il mio macro alle piccole piantine, alte forse un centimentro, mi sembra di diventare un piccolo lilliputziano che scopre una foresta. Forza ravanelli, date uno slancio a quest’orto ancora vuoto!

L’orto sconnesso

Ovvero promemoria delle colture.

Quest’anno l’orto sta sfuggendomi dalle mani. Cresce più virtualmente, sul blog, che realmente, sul campo. Ma non demordo e non mollo.
Così è venuto il momento di fare il punto della situazione, per andare avanti e far crescere la vita. Cominciamo con le aromatiche e gli arbusti. Erba luigia, timo, salvia, rosmarino, erba cipollina, stanno tutti bene. L’origano sta addirittura invadendo altre parti dell’orto. Temo un bosco d’origano, dove delle fate verdi raccontano delle storie dal finale lieto. e io lì dentro mi perdo, non riconoscendo più i punti cardinali. Un sogno.

Menta e lamponi strisciano nel sottosuolo e spuntano dove meno me l’aspetto. Tra i ravanelli da poco seminati, per esempio.

Veniamo ai punti dolenti. Ho seminato dell’insalatina, ma sono nati solo moscerini e qualche ciuffetto verde che non so se sia insalatina. Probabilente non è. Si vedrà. Seminato anche delle zucche, ma la terra è ancora marrone.
La pianta carnivora, la Capensis, si è ammalata. È stata attaccata dagli afidi e ho dovuto tagliare molte delle sue foglie collose. Consolazione: la pinguicola nata per talea sembra stare molto bene, anche se è ancora piccola.

E poi l’orto è ancora vuoto… ma pian piano si riempirà di frutti e verdure.

A presto,
Davide

Vicenza in fiore

Piazza dei Signori a Vicenza si tinge dei colori della primavera. Tanti fiori, piante, bulbi, vi aspettano da domani, Venerdì 15 aprile fino a Domenica 17. Un’opportunità per acquistare, guardare, odorare le primizie per orto e giardino. E anche un’occasione, per chi viene da fuori città, per ammirare la Basilica Palladiana, la Loggia del Capitaniato e gironzolare tra le viuzze del centro storico.
Buone passeggiate.
😉

Chiocciole come opossum

di Maddalena Barattini

Ho estirpato le malerbe tra i lamponi, i ribes, il mirtillo americano, e le fragole fiorite.
Un gran caldo e una gran fatica. Però lo spettacolo di una pianta di “non so cosa” che perdeva i petali come fosserro neve, mi ripagava. Impossibile fare una bella foto che mostrasse la leggerezza e il movimento lieve, senza rumore, dei petali rosa.

Appese ai lamponi stanno le chiocciole, sembrano opossum.
Le ho sistemate nei soliti barattoli di latta, che chiudo con una vaso di plastica, così passa l’aria dai buchi… e qualche piccola lumachina fortunata.

Con la vanga ho inseguito per un po’ gli stoloni della gramigna, poi il sole sempre più caldo, mi son accorta che tentavo di vangare da seduta. Ci avete mai provato? È faticosissimo, e un chiaro segnale che si deve rientrare in casa e bere un bicchiere d’acqua.