I colori delle fragole

Verde, arancio, giallo, marrone… sono i colori delle fragole negli ultimi giorni di dicembre.
Le fragole sono una sorpresa continua di colori, e il colore più appetitoso è il rosso, che sopraggiungerà quest’estate, quando lo pseudo-frutto sarà maturo.

Parlare della fragola a fine dicembre vi sembrerà forse molto nostalgico, potrebbe anche farvi pensare che l’autore di queste righe sia una persona impaziente. Vi garantisco che non è così, e che la pianta delle fragole, in pieno inverno, è bella da gustare anche solo con gli occhi.

I cavoli romaneschi e le forme simboliche

Questo titolo del post a ricordare – con un po’ di goliardia – il più famoso libro del Panofsky La prospettiva come forma simbolica. Tra il cavolo e la prospettiva ne corre di strada, e anche se volessi fare qualche improbabile paragone questo non darebbe ragione della bellezza intrinseca delle forme del cavolo – ma neanche delle geniali intuizioni del Panofsky. Insomma, tra il cavolo qui sotto fotografato e il Panowsky non c’è nesso nè causa, ma lascio a voi trovare una simbologia per la forma del cavolo, se ne avete voglia.

Dei significati del cavolo ne ho già parlato, questa è la volta di parlare della sua forma.
Forse una delle più belle per la sua simmetria e la sua costruzione è quella di questo tipo di cavolo: il romanesco. Sono sicuro che già lo avete visto, anche in contesti diversi, non attinenti con la sua funzione. Ed è qui che si riallaccia la simbologia. E la fantasia.

Perché questo cavolo potrebbe essere un pianeta misterioso, avvistato non molto tempo fa da uno sconosciuto astronomo. O potrebbe essere la corazza di un animale preistorico, parente degli anchilosauri, scoperta per caso da un pastore siberiano nella tundra (s)ghiacciata. Ma potrebbe anche essere il gioiello perfetto, perduto nella notte dei tempi, di cui sono piene le favole. Divertitevi voi a scoprire a cosa potrebbe somigliare e che simbologia potrebbere celare. Questo è il gioco per le serate invernali – ché alla TV non fanno certo di meglio…

Sempre a proposito del cavolo romanesco, guardatevi la foto in questo post nel blog L’orto di Michelle.

Alberi

Il giorno di Santo Stefano ero a Treviso, in campagna.
Non è il mio mondo quello dei pranzi, degli antipasti, dei primi e dei secondi, delle verdure, della frutta, del dolce, del caffè, dei lunghi dialoghi sul più e il meno… me ne sono andato a fare un giro. Ore 15.12. Tempo nuvoloso, 8-10 gradi. Silenzio nella campagna. Nuvole, campi e alberi. Qualcun altro che passeggia.
«Cosa stai fotografando?» mi chiede un bambino.
«I campi» rispondo. «Vedi, laggiù ci sono le montagne con la neve».
«Ciao signore» e continua la sua passeggiata.

Anch’io continuo a camminare, alla ricerca di qualche belle inquadratura. Ma forse non sto cercando niente, sto semplicemente passeggiando. Non lo so neanch’io. Mi gusto l’aria, il silenzio, il colore della terra. L’odore che viene dai fossi, anche quello. Le montagne imbiancate all’orizzonte. Gli alberi spogli. Osservo le loro chiome un po’ spettinate.

Ci sono degli incontri fortuiti. Con persone e con piante. Due signore e una bimba. Sono inglesi. Chissà cosa ci fanno nella profonda campagna trevigiana. Ma non glielo chiedo. Che rimanga un piccolo mistero. Le saluto con un cenno del capo, e loro ricambiano con un mezzo sorriso.

E poi chi t’incontro? La pianta dei cachi. Se ne stanno lì sopra belli e maturi. Possibile che piacciano a così poche persone? Non piacciono nemmeno a me, se è per questo. Forse sono più belli sull’albero.

Chissà cosa si dicono.

«Ti lanci tu o mi lancio io?»
«Vai prima tu!»
«No, vai prima tu, sei più grosso»
«Ma cosa mi succederà laggiù?»
«Nessuno è tornato a dircelo. Vai, forza!»
«Allora vado…»
«Vai!»

Continuo a camminare, anche se già non mi aspetto nessuna bella foto.
La luce è poca. Mancano i colori.

Le uniche cose che mi piace osservare sono, appunto, gli alberi, o meglio i rami degli alberi. Arabeschi che si disegnano nel cielo piatto e grigio.

Nel fossato trovo qualche colore: è il verde delle erbe che crescono nonostante la stagione. L’acqua ha una temperatura costante. E vivono bene. Vedo i rami degli alberi specchiarsi nell’acqua del fossato, tra le erbe fluttuanti.

Mi sento quasi in dovere di essere un po’ triste. Cerco di convincermi a diventare metereopatico, ma non ci riesco.
Non è necessario essere triste.
Passeggio e basta.
Mi sento comunque in sintonia con l’ambiente. Almeno un poco.

Adesso guardo su nel cielo. Cosa sono quegli uccelli che volano in gruppo nel cielo? Creano forme insolite, in continuo mutamento, un ballo nell’aria. Poi spariscono felici dietro agli alberi.

Ritorno indietro. Comincia ad imbrunire.

Buon Natale

Merry Christmas • Joyeux Noël • Vrolijk kerstfeest • Frohe Weihnachten • Feliz Navidad • God jul • Feliz Natal • Hyvää joulua • Sretan Bozic • Glædelig jul • Nollaig Shona

L’orto bianco

La neve persiste e resiste nell’orto. La neve è una coperta fredda che preserva il terreno dalle ghiacciate – anche gli eschimesi vivono dentro al ghiaccio, almeno nel mio immaginario.
E i cavoli come stanno avvolti nel bianco mantello ghiacciato?
Benissimo. Il detto popolare è:

Il cavolo migliore è quello che ha avuto la neve.

e con lo stesso senso è da intendersi anche il detto:

Cavolo riscaldato, frate sfratato
e serva ritornata non furon mai buoni.

Il freddo rende i cavoli teneri e saporiti.

Dimenticanza!

Coprire i rubinetti e i tubi del giardino con stracci, per proteggerli dal freddo – ed evitare possibili rotture delle tubature. Me ne sono proprio dimenticato.
Quando sono sceso in orto e ho dato un’occhiata al rubinetto l’ho capito subito. Però la vista era delle più piacevoli. Una stallattite di ghiaccio dalla quale si era formata una stalagmite.
Qualche minuto ad ammirare la piccola costruzione di ghiaccio, poi, senza indugiare, vestito il rubinetto con stracci. Che stia un po’ caldo. O meno freddo…

Oggi la temperatura pomeridiana era intorno agli otto gradi sotto zero.
FFFRRReddo!!!

De-composizione / De-composition

Ritornando alla constatazione che al sopraggiungere dell’inverno l’orto è vuoto e privato dei più vivaci colori, ho deciso di cercare dei colori e li ho trovati nel composter.

Ecco il rifiuto non rifiutato. Una foto a questa composizione naturale-informale. Anzi, una foto a questa de-composizione. Siamo nell’ambito della trash-art? Assolutamente no, questa è una de-composizione dinamica, cangiante, che trova nella sua fine il suo inizio.
L’opera della natura è meno chiacchierona delle opere umane, non ha bisogno di strilloni, pubblicità, cornici colorate che lampeggiano. L’opera della natura è sussurrata, non si fa vedere, si nasconde agli sguardi indagatori.

Questa de-composizione è da stampare, incorniciare, appendere al muro. Se a partire dal XVII secolo il numero delle persone che commissionavano dei quadri di nature morte da esporre nelle loro case è andata via via aumentando, adesso, nel XXI secolo, che la natura è davvero morta, o sta morendo, dovremmo esporre nelle nostre case quadri di rifiuti, dal sapore descrittivo-informale. Li guardi da lontano e vedi macchie di colore (un Pollock?), ti avvicini e vedi la meticolosa descrizione (un pittore fiammingo del XVI secolo?) dei rifiuti prodotti dalla tua società e da te stesso.

Sì, sono proprio convinto che i rifiuti vadano incorniciati e sottoposti allo sguardo attento dei nostri ospiti.

At the onset of winter the garden is empty and deprived of the most vibrant colors, so I decided to try the colors and I found them in the composter.

Here the refusal is denied. A photo of this natural composition-informal. Indeed, a photo of this de-composition. We are in the trash-art? Absolutely not, this is a de-composition dynamic and changing, which finds its end in its beginning.
The work is less chatty nature of human works, does not need to newsboys, advertising, flashing colored frames. The work of nature is whispered, she does not see, hidden from view investigators.

This de-composition is to be printed, framed, hanging on the wall. If in the seventeenth century, the number of people who commission paintings of still life paintings to display in their homes has gradually increased, now in the twenty-first century, that nature is really dead, or dying, we should expose our homes pictures of waste, descriptive and informal flavor. Look at them from afar and see patches of color (a Pollock?), you get closer and see the meticulous description (a Flemish painter of the sixteenth century?) Waste products from your company and yourself.

Yes, they are convinced that the waste should be framed and subjected to the watchful eyes of our guests.

Giustizia ai cavoli

Tra gli ortaggi meno fortunati dell’orto il cavolo la fa da padrona. Da sempre.
Chi mai avrebbe potuto, nel Rinascimento, aver voluto come stemma araldico un cavolo?
Nessuno, ovvio. E allora lasciatemi fare un po’ di lodi a questo sfortunato ortaggio.
Il cavolo è ricco di sali minerali, potassio, zolfo, calcio, fosforo e magnesio. Si adatta a tutti i tipi di terreno e non ama la stagione calda. Da qui il proverbio:

Chi pon il cavolo in aprile
tutto il mondo se ne ride

Il cavolo ben si adatta e matura in climi rigidi. E in inverno, per le famiglie povere, è stato un alimento importante – quando non c’era altro, o poco, da mangiare.

La parola “cavolo” deriva dal latino tardo caulum, che deriva dal greco kaulos (gambo, stelo): in senso figurato significa “nulla, cosa da niente” (es. non ti do un cavolo).
E come mai tante espressioni come “testa di cavolo”, “non capisci un cavolo”, “cavoli miei!”?
Non certo per le caratteristiche della pianta, elogiate da Plinio e Columella. Quanto, forse, per un eufemismo: si usa la parola cavolo piuttosto che ca…
So che avete capito.

Veniamo ora alla mitologia. Un giorno Licurgo distrusse le vigne della sua terra. Dioniso lo scoprì e si arrabbiò così tanto da legare il povero Licurgo ad una pietra. Egli pianse, e dalle sue lacrime nacquero i cavoli, che da quel giorno furono antagonisti della vite. Come ci dice il Mattioli (I discorsi della materia medicinale, Venezia 1557):

Dissero Teofrasto, Varrone e Plinio che tanto odio è tra il cavolo e le viti che essendo piantato il cavolo appresso a un piede di vigna si discosta la vite meravigliosamente da quello.

Per i romani, ghiotti di cavoli, l’ortaggio era fonte di un ricco commersio e il cavolo era simbolo di prosperità e profitto.
Qualcuno tra i miei lettori è toscano e conosce il detto “portar cavoli a Legnaia” per significare un’azione improduttiva e inutile? Per chi non fosse toscano, sappia che a Legnaia si coltivavano e crescevano degli ottimi cavoli, che venivano poi venduti nei paesi limitrofi e a Firenze.

Infine un problem solving:
un contadino deve traghettare oltre un fiume un lupo, una capra e un cavolo. Sa che non può lasciarli da soli, perché il lupo vorrebbe mangiare la capra, e la capra vorrebbe mangiare il cavolo. Come farà il contadino a portarli di là dal fiume? E cioè a salvare capra e cavoli?

Alla prossima… e buona domenica.

A proposito di cavoli

“I cavoli tutti, siano essi bianchi, neri, gialli o verdi, sono figliuoli o figliastri di Eolo, dio dei venti, e però coloro che il vento non possono sopportare rammentino che per essi queste piante sono vere crocifere (in corsivo nel testo), così chiamate perché i loro fiori portano quattro petali in forma di croce.” (ARTUSI, L’arte di mangiar bene, Giunti, Firenze 1991, pag. 289).

È sempre bello leggere/rileggere l’Artusi. 😉